Il Made in Italy su cui si investe: 3 aziende italiane che hanno aperto le porte alla Cina

19 giugno, at 14 : 55 PM Print

Il Made in Italy su cui si investe: 3 aziende italiane che hanno aperto le porte alla Cina

Con le sue risorse naturali, menti creative e abilità artigianali, l’Italia è uno dei paesi che si distingue per la creazione di molti prodotti di pregio e di avanguardia, in molti settori di pregio, della moda e del lusso, ma anche in quelli legati all’arte e all’alimentazione, e in generale al settore industriale.

Il Made in Italy risulta oggi un marchio di garanzia e di successo, che ha portato molte aziende italiane ad aprirsi all’estero, con campagne di internazionalizzazione che hanno avuto il merito di far crescere la loro importanza globale e il loro fatturato, ma anche di attirare le attenzioni di investitori stranieri e grandi holding estere, disposti a fare offerte da capogiro per entrare nel business di affari da queste alimentato.

Marco Tronchetti Provera

Negli ultimi anni il fenomeno della vendita a soggetti stranieri di importanti aziende e marchi italiani si sta intensificando, con il risultato di un’esternalizzazione dei servizi, tuttavia bilanciata dal mantenimento di una percentuali di soggetti italiana nei CdA e nei quadri dirigenziali di tali aziende, che mantengono un forte legame con il paese di origine e lo stesso stile imprenditoriale seguito fino a quel momento, pur potendo contare su nuovi capitali e stabilimenti d’oltreoceano.

Tra i grandi investitori esteri che amano i prodotti italiani e il lavoro delle nostre industrie, ci sono sicuramente i cinesi, che negli ultimi anni hanno fatto dei grossi investimenti per portarsi a casa tre famosi marchi del nostro paese, in diversi settori commerciali. Vediamo insieme quali sono.

Pirelli e ChemChina

Risale ormai al 2015 l’accordo firmato dall’industria milanese leader nel settore degli pneumatici, il Gruppo Pirelli, e il colosso cinese nel settore chimico, la Società ChemChina, che è diventata il maggior azionista del Gruppo e il cui Presidente, Ren Jianxin, è stato eletto anche Presidente dal CdA a maggioranza cinese che amministra la società della Bicocca.

Nonostante questa decisione, la direzione operativa resta saldamente in mano italiana e esattamente del leader storico Marco Tronchetti Provera, l’imprenditore milanese che alle soglie del 2000 ha saputo risollevare le sorti di un’azienda in crisi e trasformarla in un gruppo industriale di fama internazionale. A lui, come President del secondo maggiore azionista, il Gruppo Camfin, sono state affidate le cariche di Vice Presidente Esecutivo e Chief Executive Officer, con l’arduo compito di continuare ad amministrare un’azienda sempre più proiettata verso il mercato estero e orientale, senza perdere di vista la sua core business e aumentandone il volume di affari con nuovi accordi e investimenti.

Buccellati e Gangu Gangtai Holding

Cambiando completamente settore, per passare dai trasporti ai prodotti di lusso, un altro storico marchio milanese ha deciso di vendere la maggioranza delle sue quote azionarie alla Cina: il pacchetto azionario della storica industria di gioielli Buccellati, attiva a Milano fin dal 1919 e specializzata nel campo dell’oreficeria ma anche nella produzione di orologi di lusso, è oggi detenuto per l’85% dal gruppo cinese Gansu Gangtai Holding e per il restante 15% da una cordata tricolore, costituita dalla famiglia Buccellati (33%) e dal fondo di investimento Clessidra di Carlo Pesenti (67%).

Nonostante questo, come nel caso di Pirelli, la base operativa principale dell’azienda rimarrà in Italia, e i ruoli creativi e le cariche dirigenziali più importanti sono rimaste in mano italiana: Andrea Buccellati è infatti rimasto Presidente onorario e Direttore Creativo del marchio e il ruolo di CEO è stato confermato a Gianluca Brozzetti. Si spera che questa operazione possa portare una ventata di novità e aumento del volume di business dell’azienda, considerando che la Holding cinese è quotata alla Borsa di Shanghai, è specializzato nella vendita retail di gioielli, anche online, e possiede una società mineraria specializzata nell’estrazione aurea.

Krizia e Shenzen Marisfrolg Fashion

Dai gioielli alla moda, e la cosa non deve sorprendere, dato il grande interesse degli investitori cinesi per questo settore della nostra industria. Dopo Bulgari, Gucci e Valentino, agli inizi del 2014 anche il marchio Krizia ha preso la via dell’estero, grazie all’accordo di vendita siglato tra la maison di moda della celebre stilista Maria Mandelli e il gruppo cinese Shenzen Marisfrolg Fashion, attivo sul mercato asiatico e fondato dalla tycoon cinese Zhu ChongYun.

Nel ruolo di Presidente del Board e di Direttore Creativo della maison, l’imprenditrice cinese ha riconosciuto la sua stima per il lavoro e le creazioni di Krizia e ha espresso il desiderio di dedicarsi allo studio del suo archivio storico per valorizzarlo e reinterpretarlo nel migliore dei modi. 

Performance in crescita

Anche se la vendita dei marchi storici italiani può essere interpretata come un esito negativo del trend economico che sta attraversando il nostro paese, che porta una perdita di valore del Made in Italy e conseguenze negative per l’economia nazionale, in realtà la questione andrebbe esaminata caso per caso.

Spesso infatti le acquisizioni estere hanno avuto un impatto positivo sulle performance delle singole imprese italiane, soprattutto in quei casi in cui hanno interessato non aziende in crisi e in remissione, bensì brand di successo con un alto valore di mercato.

Questi miglioramenti si possono registrare non solo in una visibile crescita del fatturato, ma anche della produttività e in molti casi dell’occupazione, anche su suolo italiano. Inoltre, per quei marchi già affermati e dal chiaro connotato nazionale, a livello di immagine, tali acquisizioni e mutamenti nelle alte sfere dirigenziali sembrano non influenzare l’opinione e il giudizio del consumatore, che li percepisce ancora come prodotti italiani di qualità. Che possa essere questa una delle opzioni per il rilancio dell’economia del Bel Paese?

Marco Tronchetti Provera, Post Executive

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